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UN SACRIFICIO SENZA FINE

L'ennesima morte di un alpino italiano

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International Post, 8-14 gennaio 2011- Un sacrificio senza fine: muore alpino italiano in Afghanistan

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Un sacrificio senza fine:
muore alpino italiano in Afghanistan
 

Muore alpino italiano in Afghanistan

di Pasquale Ragone

Per l’Italia, l’Afghanistan continua a tingersi di rosso. Stavolta, a dare la propria vita per la riappacificazione del territorio è un ragazzo di appena ventiquattro anni, Matteo Miotto, alpino caporal maggiore presso la base militare di Kabul, morto il 31 dicembre scorso. La morte ha le sembianze della fatalità: un cecchino ha colpito il ragazzo, proiettile che è penetrato in una delle poche zone scoperte della base stessa. Per Matteo Miotto la morte è stata rapida: subito dopo l’impatto del proiettile, il ragazzo ha infatti perso i sensi ed è deceduto in pochi secondi a causa di un’emorragia interna. 


L’Afghanistan, più dell’Iraq e dei fronti che impegnano le forze italiane, come in Libano, si conferma terra nefasta per chi, come gli alpini italiani, sono impegnati a condurre in porto un difficile progetto di pace che riguarda l’intero territorio afghano. In Italia, la morte di Matteo Miotto è stata accolta a caldo con toni differenti dai diversi schieramenti politici. Il Ministro La Russa ha ribadito la necessità costante e perentoria di restare in Afghanistan fino a quando le forze militari del paese non saranno capaci di gestirne autonomamente la difesa. In termini strettamente politici, questo potrebbe voler dire che per tutto il 2011 l’Italia resterà fedele all’impegno preso all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, saldamente accanto agli Stati Uniti nei propositi militari. Quella di La Russa giunge al termine delle polemiche sollevate dall’Italia dei Valori e dall’area della sinistra radicale, fermi nel chiedere per l’ennesima volta il ritiro delle forze militari italiane impegnate in Afghanistan. Tuttavia, aldilà dei colori politici, il dato di fatto che sorge dalla presenza del nostro contingente è connotato dal ruolo svolto in un Paese dilaniato da una guerra devastante. Sia che si voglia definire l’impegno italiano una missione di pace, sia che la si voglia definire impegno bellico a tutti gli effetti, l’Italia resta nei fatti uno dei paesi maggiormente impegnati nella ricostruzione delle zone maggiormente colpite. Nello specifico, significa disseminare il territorio afghano dalle mine antiuomo, ovvero da una delle principali cause di mutilazioni nel paese, specie di bambini; significa impegnarsi nella costruzione delle strutture preposte a garantire l’igiene pubblica; significa la costruzione di scuole e ospedali; significa, inoltre, la difesa del popolo afghano da chi, prima della caduta del regime, imponeva costumi e usanze appartenenti all’interpretazione più radicale delle sacre scritture coraniche. 


Matteo Miotto era fra coloro che avevano ben in mente i doveri di un militare italiano e dell’accezione che tale definizione comporta. La convinzione del caporal maggiore è stata forte a tal punto da programmare, prima della partenza, tutti i dettagli di un’eventuale morte in territorio afghano, consapevole della sua pericolosità. Durante i mesi passati in Afghanistan (Valle del Gulistan), Miotto ha continuamente lasciato messaggi e pensieri. Fra i più intensi, quelli rivolti alle condizioni di vita dei bambini presenti nei vari villaggi, “pieni di fame”, “senza scarpe” e impegnati da mattina a sera nella custodia dei greggi e nel lavoro dei campi; il loro costante chiedere qualcosa e il legame già evidente con le radici della propria terra, una genuinità che aveva spinto il caporal maggiore a scrivere che “quello strano popolo ha tanto da insegnarci”. Ma nei messaggi di Miotto è evidente soprattutto il senso del dovere che riassume il sentimento presenti in quanti restano e resteranno ancora in Afghanistan per costruire una pace ancora tutta da definire e da completare. Intanto, la salma del giovane è stata portata in Italia, le cui esequie sono avvenute nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma; la camera ardente è stata invece allestita in una sala del Comune di Thiene, in provincia di Vicenza, dove centinaia di cittadini gli hanno reso omaggio. 


Il caporal maggiore è l’ennesima vittima di un conflitto che ha già portato via migliaia di soldati, un conflitto che si combatte con le armi più disparate fra cui la generosità, la stessa che spinge ogni giorni i militari italiani a caricare i propri mezzi blindati di acqua e cibo pensando come Matteo Miotto ha scritto un giorno di ottobre del 2010: “Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati…”. 


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