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Strage di Milano 12 dicembre 1969

LA STRAGE
DI
PIAZZA
 
FONTANA

La bomba esplosa a Milano il 12 dicembre 1969  e l'inizio della cosiddetta "Strategia della tensione"  

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International Post, 20-26 dicembre 2010- Strage di piazza Fontana: il ricordo e l'impunità


International Post, 9-15 maggio 2011- Il prezzo della giustizia: piazza Fontana 42 anni dopo

International Post, 9-16 aprile 2012-  Una verità tutta da scrivere: la strage di piazza Fontana e la confusione filmica

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Strage di piazza Fontana: il ricordo e l'impunità

Impunità processo bomba Banca dell'Agricoltura

                                                                   di Pasquale Ragone

Sono passati quarantuno anni dallo scoppio che il 12 dicembre 1969 distrusse la Banca dell’Agricoltura a Milano e con essa la vita di diciassette persone, trascinando con sé anche ottantotto feriti. Da allora, ancora il Paese è in attesa di giustizia o quantomeno di conoscere i nomi di chi ha materialmente posizionato la bomba. Infatti, come tutte le stragi avvenute in Italia, la mano assassina non coincide mai con quella dei mandanti, inevitabilmente appartenenti a due livelli separati e spesso opposti in apparenza. Alle 16:37, Milano scopre assieme a Roma che è ufficialmente iniziata quella che verrà definita da storici e politici come la “strategia della tensione”: altri tre ordigni sono posizionati infatti con l’obiettivo di colpire la Banca Commerciale di Milano, la Banca del Lavoro a Roma e l’Altare della Patria, ma nessuna di queste tre causano altre morti. Le indagini sulla bomba alla Banca dell’Agricoltura, passata alle cronache come la “Strage di Piazza Fontana”, sono rapide e apparentemente efficaci. Il giorno stesso dell’attentato, l’anarchico Giuseppe Pinelli viene arrestato con l’accusa di essere l’esecutore materiale; dopo soli tre giorni, Pinelli muore dopo un volo di quattro piani dalla Questura di Milano. Con lui si perdono molte delle possibilità di conoscere la verità sull’accaduto.

Tuttavia, agli inquirenti sembra chiaro che la vicenda nasconda molto di più che non un attentato deciso e coordinato da ambienti anarchici. Così come sarebbe accaduto per decine di altre stragi italiane, la domanda è chi sia il regista delle stragi. Col tempo, riguardo la Strage di Piazza Fontana, sono sorte diverse piste e interpretazione dei fatti. La più forte e condivisa vuole la strage compiuta da anarchici di destra e ordinata da apparati deviati dei servizi segreti italiani. La presenza nella vicenda dell’Agente Zeta, uomo del Sid (Servizio informazione e difesa) e quella di uomini morti in circostanze oscure come lo stesso Pinelli o come il commissario Calabresi, ucciso da un commando di estrema sinistra, sono i chiari indizi di una verità che tocca le corde politiche più profonde del Paese. Ma una delle piste più inquietanti è quella messa in piedi dai documenti ritrovati in uno dei covi delle Brigate Rosse, secondo cui Aldo Moro, durante i giorni della prigionia avrebbe spiegato le ragioni della strage e chi furono i mandanti. Le carte, oggi distrutte pare per un errore di considerazione circa la loro importanza, individuavano nell’estremismo di destra la mano assassina e addirittura in alcuni Stati stranieri i principali sostenitori dell’atto stragista. 


Tuttavia, oggi di quella vicenda resta la cronaca di un’esplosione e la certezza che dopo quarantuno anni non sarà più possibile far si che la giustizia condanni qualcuno. E il ricordo è il comune denominatore che ha visto centinaia di partecipanti pochi giorni fa, a Milano, per commemorare le vittime della bomba. Fra essi, il sindaco di Milano (Letizia Moratti) e il Presidente della Provincia (Guido Podestà) sono stati contestati da un gruppo non precisato formato in gran parte da giovani. Il dolore dell’assenza di una verità e l’ormai certezza dell’impunità hanno preso forma con fischi e urla contro chi, agli occhi della comunità milanese, rappresenta lo Stato e la possibilità di fare giustizia.

Il sindaco Moratti ha così lasciato Piazza Fontana non appena conclusosi un documentario sulla strage; ma è ovvio che il risentimento non è nella persona Moratti quanto in quel che rappresenta quest’ultima, ruolo che trascina con sé l’assenza di quel desiderio e di quell’ardore che avrebbe dovuto spingere la giustizia alla ricerca della verità. La comunità, più di ogni altra istituzione, sente più forte il dolore della memoria e sa, senza illusioni, che l’inchiesta sulla morte di diciassette persone resterà per sempre negli archivi polverosi della storia, senza giustizia alcuna.

 

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Una verità tutta da scrivere: la strage di piazza Fontana e la confusione filmica


Risarcimento vittime bomba Milano 1969

                                                                                            
di Pasquale Ragone


Chissà se nei prossimi tempi assisteremo a episodi come quello avvenuto qualche giorno fa a Imperia, Liguria. Il giudice del lavoro Enrica Drago ha accolto quella che può oggi definirsi una sentenza storica sia per il contenuto sia per il contesto in cui è maturata.
Siamo a Milano, anno 1969, una bomba scoppia all’interno della sede milanese della Banca dell’Agricoltura. Il bilancio è tragico: alla fine si conteranno diciassette morti e novanta feriti.
Ma quel che maggiormente sconvolge di quell’attentato è che non sarà un episodio isolato. Già lo stesso giorno altri attentati, senza vittime, avvengono anche a Roma con l’obiettivo di creare un clima di tensione che negli anni successivi si concretizzerà con altre bombe e altri morti. Piazza Fontana, dove la Banca dell’Agricoltura ha sede, diventa così la madre di tutte le stragi che in Italia si alterneranno nell’ambito della cosiddetta “strategia della tensione” di cui soltanto oggi riusciamo a scorgere, senza esagerare, parte dei contorni che l’hanno generata.

Ma il 12 dicembre 1969 l’Italia è ancora ignara di quel che sarebbe accaduto negli anni successivi. E ignara è anche Roberto Antonucci Prima, ragazzo di soli 29 anni all’epoca dei fatti e cassiere presso la Banca dove avviene lo scoppio. Antonucci è uno di quei novanta feriti vittime della deflagrazione. Oggi Roberto Antonucci Prima di anni ne ha 71 e vede realizzarsi una mezza giustizia. Il giudice gli ha infatti riconosciuto un risarcimento di cinquecentomila euro per i danni subiti a seguito dello scoppio. Nello specifico, da quel giorno egli soffre di disturbi post-trauma e di stress cronico. I soldi dovranno essergli versati sia dal Ministero dell’Interno nella cifra di centosessantaduemila euro, sia dall’Inps che adempirà al pagamento di trecentocinquantacinquemila euro. Si tratta di una sentenza senza precedenti per le vittime di Piazza Fontana, frutto della legge prevista per le vittime di stragi laddove è sancito che dovrà essere lo Stato a curarle a proprie spese.

Tuttavia, come già accennato, si tratta di una mezza giustizia. L’altra metà si è perduta fra il sangue e le macerie di chi ha interrotto il 12 dicembre 1969 la propria esistenza e di chi invece dopo 42 anni ancora non è in grado di rispondere ai quesiti più urgenti della democrazia: Chi ordinò quella strage? Perché dopo tanti anni non si è stati in grado di conoscere la verità? Quanto tempo ancora dovrà passare prima che “la madre” di tutte le stragi possa leggere finalmente i nomi e cognomi di chi non c’è più? Per quest’ultimi non vi saranno risarcimenti, né per le famiglie è previsto un indennizzo. Si tratta delle contraddizioni della giustizia laddove chi sopravvive può aspirare a ricevere un po’ di giustizia dopo anni e anni di lotte; ma a chi muore nulla è dovuto, come un treno che passa senza lasciare più traccia né rumore di sé.

La Strage di Piazza Fontana, quella di Piazza della Loggia, quella ancora della stazione di Bologna per non parlare delle tante morti che di decennio in decennio hanno reso l’Italia il segno vivente dell’assenza di giustizia, attendono ancora una verità, certi che i risarcimenti possono appagare il presente ma non la storia.

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Una verità tutta da scrivere: la strage di piazza Fontana e la confusione filmica


Film Romanzo di una Strage doppia bomba

                                                                     di Pasquale Ragone 

“Romanzo di una strage”, l’ultimo film di Marco Tullio Giordana ispiratosi liberamente a quanto avvenuto il 12 dicembre 1969, potrebbe appartenere alla categoria dei “mondi paralleli” ovvero quelle realtà create ad hoc per evitare di sbilanciarsi verso una teoria piuttosto che un’altra.
Sia ben chiaro che di vicende come quella di Piazza Fontana, laddove una bomba causò a Milano la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ottantotto, è sempre meglio che se ne parli piuttosto che lasciarle alla memoria dei pochi studiosi della materia. Tuttavia occuparsi di certi fatti richiede anche un impegno non indifferente sotto tutti i punti di vista. Fra i dati più importanti, oltre la qualità filmica delle immagini, non può non esservi l’attinenza storica di quanto si mostra al pubblico. Nel caso specifico il film delude le aspettative. Il problema è che parte già male ispirandosi al libro di Paolo Cucchiarelli, studioso che ripropone una tesi trita e ritrita (quella degli “opposti estremismi”) che danneggia l’interessante narrativo mostrato da Tullio Giordana.

Per chi non conosce la vicenda di piazza Fontana, si tratta di uno dei più gravi attentati della storia repubblicana italiana. Alle ore 16.37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca dell’Agricoltura a Milano provocando una strage. Già qui i primi interrogativi: perché un attentato così grave e da parte di chi? La risposta di Cucchiarelli è puntare il dito contro gli anarchici, in particolare contro Pino Pinelli considerato persona informata sui fatti (è bene ricordare che Pinelli venne prima arrestato e poi rinvenuto morto dopo il volo da una finestra della Questura di Milano). La superficialità di Cucchiarelli la ritroviamo trasfigurata nel film: Giordana non attribuisce agli anarchici l’origine delle bombe ma supporta l’idea di una “doppia bomba”, la prima posta dall’anarchico Pietro Valpreda e la seconda dai fascisti su copertura dei servizi segreti.
Cosa significa? Significa che nel film aleggia una confusione che non rende giustizia alla precisione che invece i magistrati dell’epoca consegnarono alle indagini. Restituendo a Cesare quel che è di Cesare bisognerebbe dire invece che sulla strage di Piazza Fontana una verità c’è: si chiama eversione nera e ha un’origine ben precisa che gli storici collocano nella logica di quella “strategia della tensione” alla base di tanti fatti oscuri della nostra storia. Nessuna “doppia bomba” con matrici differenti e niente anarchici. Addirittura sarebbe da ridimensionare l’apporto, nella vicenda, di quel tanto misterioso Ufficio Affari Riservati diretto da Federico Umberto D’Amato. Dalle carte della Commissione Stragi si evince che il suddetto era forse informato delle dinamiche che avrebbero portato alla preparazione di quella che non doveva essere in origine una strage. La realtà a volte è più semplice di tante finzioni costruite nel tempo: la bomba doveva esplodere in un orario differente ma per un errore del timer (o della tipologia dell’esplosivo) la deflagrazione avviene nel momento in cui la Banca dell’Agricoltura a Milano pullula ancora di gente, uccidendole sul colpo.

Ma questa verità è poco conveniente dal punto di vista cinematografico: meglio gli anarchici e meglio i servizi segreti in tutte le salse, così nessuno si offende e il fascino si traduce in incassi consistenti. Non regge neanche la versione di Tullio Giordana, il quale giustifica la superficialità di alcune scene attraverso la formula della “libera ispirazione”. Bisognerebbe operare delle scelte: fiction o verità dei fatti. Di vie di mezzo questo Paese ne ha viste già tante, troppe, e francamente non servono. Probabilmente però se oggi la verità storica non è seguita da tutti, specie a certi livelli, la ragione è da ricercasi non nelle idee dei registi bensì nella pigrizia dell’italiano medio, il quale preferisce spendere denaro per recarsi in un cinema affidandosi alle ricostruzioni “libere” di chi offre un generico “mistero della fede” piuttosto che prendersi la briga di cercare libri documentati di chi ha vissuto quegli anni e di chi ha lavorato alla luce dei fatti e non delle supposizioni stile fiction da prima serata. Se in un Paese la verità resta per tantissimi anni sepolta, in fondo non è solo colpa di chi la insabbia ma anche del popolo che non la cerca. 


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