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LE STRAGI DEL 1992

Le indagini sugli attentati che uccisero i giudici Falcone e Borsellino

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International Post, 6-12 febbraio 2012-  Spunta nome eccellente nelle indagini sulle stragi del '92: accusato il "Superpoliziotto" pagato dal Sisde

International Post, 16-22 gennaio 2012- 
 Stragi Falcone e Borsellino a un passo dalla verità: servizi segreti addio?

International Post, 28-4 dicembre 2011- La mafia uccide e lo Stato tace: le rivelazioni di Borsellino prima di morire


International Post, 7-13 novembre 2011- Svolta nel caso Borsellino: una talpa nel palazzo della madre scagiona ipotetico ruolo dei servizi segreti

International Post, 31-6 novembre 2011-  "Eventi omicidiari" e "strategie destabilizzanti": la verità sulle stragi del 1992

International Post, 16-22 gennaio 2011-  Pietro Grasso: "Altre entità hanno aiutato la mafia a uccidere Falcone"

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Spunta nome eccellente nelle indagini sulle stragi del '92: accusato il "Superpoliziotto" pagato dal Sisde

Nome eccellenti nelle stragi del 1992

   di Pasquale Ragone

Ormai da mesi International Post segue da vicino le novità legate alle stragi del ’92 che portarono, fra gli altri, alla morte i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Aggiornare i lettori su quanto avvenuto esattamente vent’anni fa appare doveroso alla luce delle sempre più frequenti informazioni che rimbalzano dalla Procura di Caltanissetta (che direttamente si occupa delle indagini) alla Procura Antimafia di Palermo (laddove confluiscono le indagini sui casi di mafia).
L’ultima delle novità ha del clamoroso: le responsabilità sui depistaggi relativi alla morte di Paolo Borsellino sarebbero di colui che per anni è stato considerato il “Superpoliziotto”, vale a dire Arnaldo La Barbera. Le presunte rivelazioni sorgono grazie agli interrogatori di Vincenzo Scarantino che per anni è stato considerato l’esecutore materiale della strage. Le sue dichiarazioni sono piuttosto sconvolgenti: avrebbe subito sevizie, torture e violenze di ogni genere per mano della Polizia penitenziaria. E tutto sarebbe stato voluto da Arnaldo La Barbera che dopo la morte di Borsellino aveva assunto la carica di capo del “Gruppo Falcone e Borsellino”, pool investigativo teso a scoprire la verità sulle stragi. Ma proprio quella verità sarebbe stata negata alla giustizia italiana per via dei depistaggi messi in atto da La Barbera.
"Io non sapevo neanche dov'era via D'Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame".

Sono queste le parole proferite da Scarantino nel corso dell’ultimo interrogatorio, datato settembre 2009, riscoperto dagli inquirenti e destinato a riempire il faldone per la revisione del processo. Secondo Scarantino La Barbera era colui “che vedevo prima di ogni incontro. Quando poi arrivavano i magistrati non riuscivo mai a ritrattare”. E le stesse dichiarazione sono presenti in altri interrogatori. Stavolta a parlare sono Salvatore Candura (accusato di avere rubato la Fiat 126 utilizzata per l’attentato) e Francesco Andriotta (compagno di cella negli anni immediatamente successivi alla strage), rispettivamente interrogati nel 1995 e nel 1993. Entrambi riportano esplicitamente il nome di Arnaldo La Barbera accusandolo di avere indotto false testimonianze promettendo sconti di pena, milioni di lire per aprire fantomatiche attività, fino a minacce e violenze fisiche. Tutto per indurre a confessioni utili a consegnare alla giustizia una verità, un nome, qualcuno da condannare all’ergastolo. E assieme a La Barbera finiscono nell’occhio del ciclone anche altri due poliziotti, all’epoca appena usciti dalla scuola di Polizia: Mario Bo e Vincenzo Ricciardi. La scoperta dei suddetti interrogatori potrebbe segnare un punto di non ritorno per le indagini. In particolare risulta sconvolgente l’acquisizione del “Superpoliziotto” nelle indagini sulle stragi, stavolta dall’altro lato della barricata. Ma chi era La Barbera? Ex uomo della Montedison, entra nella Polizia nel 1972 sotto l’ala protettiva del commissario Luigi Calabresi. Quest’ultimo verrà ucciso proprio nel 1972 per mano della Br. Dal 1976 al 1988 dirige la Squadra Mobile di Venezia per poi tornare alla Questura di Palermo dove resta fino al 1997; per poi divenire Questore di Napoli e Roma, diventando così il numero uno dell’Ucigos e implicato nel 2001 per le perquisizioni della scuola Diaz di Genova durante il G8, chiudendo la carriera nel Cesis (la struttura di coordinamento tra Sismi e Sisde), fino alla morte per un tumore nel 2002.

In particolare sono due i dati che spingono gli inquirenti a dirottare le indagini verso la pista che spunta dagli interrogatori del ’93, ’95 e 2009: All’epoca dei fatti La Barbera era fra i cosiddetti “stipendiati del Sisde (Servizio Informazione e Sicurezza Democratica attivo fino al 2007) nel libretto paga fin dal 1987; ed era addetto alla sicurezza personale di Falcone.
Si tratta di due informazioni che aprono uno squarcio inquietante sulle stragi del ’92 se collegate alle parole dei pentiti e ai sospetti che più volte Paolo Borsellino aveva fatto presente alla moglie parlando di “sospetti sui propri colleghi e su uomini appartenenti allo Stato”.
Acquisterebbero nuovamente rilevanza i timori che ancora una volta Borsellino nutriva nei confronti di quel Castello Utveggio (si disse sede dei servizi segreti) dal cui sguardo tendeva spesso a nascondersi (essendo il linea d’aria con la propria abitazione).

Per i magistrati chiamati a indagare sulle stragi del ’92 sorge ora la difficoltà di mettere assieme i cocci, fra i pentiti che riconducono unicamente alla mafia la mano e la mente delle stragi, e altri pentiti che invece denunciano depistaggi da parte dello Stato. La verità più a portata di mano vedrebbe la mafia esecutrice di una volontà superiore. Ma servono riscontri oggettivi che per ora mancano. Tuttavia sorge una domanda alla quale attendiamo risposta: perché un uomo del Sisde e a capo delle indagini sulle stragi avrebbe dovuto depistare dalla verità?

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Stragi Falcone e Borsellino a un passo dalla verità: servizi segreti addio?

Ad un passo dalla verità, servizi segreti

di Pasquale Ragone

Negli uffici della Procura Antimafia di Palermo e in quella di Caltanissetta si respira una strana aria. I meccanismi che hanno portato alla morte di Falcone e Borsellino vedono una fase nuova e anche piuttosto interessante, senz’altro in grado di delineare le responsabilità di chi ha agito.
International Post da molto tempo segue con attenzione quelli che sono i risvolti delle indagini sulla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino assassinati in due attentati dinamitardi rispettivamente a maggio e luglio del 1992. Si tratta di indagini in continua evoluzione, tanto da consegnare all’opinione pubblica i primi punti fermi. Le notizie più importanti che giungono in queste ore attengono all’iscrizione, sul registro degli indagati, di nuovi nomi in merito alla morte di Paolo Borsellino. Si tratta di Maurizio Costa, quarantaseienne palermitano del quartiere Sperone già condannato per mafia e droga, meccanico che avrebbe addirittura riparato l’auto sulla quale venne posizionata la bomba che assassinò il giudice.

Dalle parole del pentito Gaspare Spatuzza si riesce ad apprendere, nei dettagli, la dinamica dei fatti. Appena pochi giorni prima dell’attentato a Borsellino, Costa sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini del clan di Brancaccio, fra i quali Gaspare Spatuzza e Agostino Trombetta (anche quest’ultimo pentito di mafia che conferma la versione del primo), chiedendo a Costa di recarsi in un garage per riparare i freni della Fiat 126 destinata all’attentato. Per l’affare sarebbe stata consegnata a Costa la cifra di lire centomila per l’acquisto dei pezzi utili alla riparazione. Costa era all’epoca uno dei cosiddetti “disponibili”, cioè coloro che pur non essendo affiliati ai clan mafiosi si rendevano disponibili, appunto, a eseguire lavori di manovalanza secondo quanto richiesto. Dalle parole di Spatuzza emerge dunque che i lavori sulla 126 sarebbero stati effettuati sul posto, senza mai spostare l’auto, ma soprattutto che Costa non sarebbe stato al corrente dell’utilizzo successivo della macchina da riparare scongiurando per lui l’ipotesi di aver partecipato attivamente e volontariamente alla strage di Via D’Amelio. Tutt’altro che tranquilla è invece la posizione di Salvo Madonia, storico boss mafioso figlio di Francesco Madonia. Nelle stesse ore durante le quali si indaga per la morte di Borsellino spuntano altre verità in merito alla morte del giudice Giovanni Falcone.

Ancora una volta è Spatuzza a parlare ma stavolta incrociando le proprie affermazioni con quanto riferito in separata sede da Giovanni Brusca, altro storico collaboratore di giustizia. Salvo Madonia è già in carcere dal 1991 ma soltanto oggi, dopo più di vent’anni, emerge il suo possibile ruolo nell’ambito della preparazione della Strage di Capaci. Madonia sarebbe stato infatti indicato come uno degli uomini che al fianco di Totò Riina pianificò la morte di Falcone partecipando a una delle riunioni mafiose utili a stabilire le modalità dell’attentato. Le indagini che da mesi si susseguono per i fatti suindicati sono destinate a riscrivere (o a scrivere per essere più precisi) la verità sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Ma il dato che maggiormente spicca dal lavoro incrociato fra la Procura di Caltanissetta e la Procura di Palermo e che in queste ore fa notizia è la sola presenza della mafia dietro gli attentati ai due giudici.
Brusca, Spatuzza, Costa, Madonia: sono tutti nomi legati ai clan mafiosi, tutt’altro che uomini dello Stato pagati per uccidere. Si delinea così quel che poco profeticamente potremmo indicare come l’uscita definitiva dei servizi segreti dalle suddette indagini. Nessun uomo del Sisde avrebbe mai provveduto alla manutenzione della 126 e tantomeno al posizionamento della bomba, così come nessun uomo del Sisde avrebbe mai premuto il pulsante per far esplodere le bombe.

Le indiscrezioni che giungono dalle procure competenti sono chiare: sarà chiesta l’archiviazione per la posizione dell’ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci, accusato di essere coinvolto nei fatti citati. Anche i mandanti sarebbero riconducibili ai clan mafiosi capeggiati da Totò Riina, uomo intenzionato a uccidere prima che Falcone e Borsellino potessero arrivare a nomi importanti, a collegamenti troppo arditi per l’epoca e forse anche per i nostri tempi. Dunque mandanti ed esecutori sarebbero stati ormai individuati e le suddette procure sono ormai a un passo dall’ottenere la revisione dei processi su Capaci e Via D’Amelio. Eppure il timore è che qualcosa possa sfuggire dalle carte; il timore è che qualcosa di non detto possa restare addirittura incompiuto, senza giustizia. Nell’ultimo periodo di vita, Borsellino spesso ripeteva che i veri assassini, coloro che volevano ucciderlo, non erano i mafiosi ma addirittura parlava di “colleghi”, uomini all’interno della stessa Procura di Palermo e più generalmente all’interno dello Stato. Forse esiste una verità più sottile che ancora non si conosce. Probabilmente si arriverà un giorno a indicare la mafia come l’unica a volere e ad agire per la morte dei due giudici. La verità processuale ci consegnerà nomi e cognomi ma forse quelle “colpe in più” nessuno ce le racconterà e saremo costretti, ancora una volta come prassi in Italia, a doverne sentire l’odore ma senza averla mai dinanzi.

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La mafia uccide e lo Stato tace:
le rivelazioni di Borsellino prima di morire

La mafia uccide e lo Stato tace

    di Pasquale Ragone

Chi temeva realmente Paolo Borsellino nell’ultimo periodo di vita? Sembra non avere fine la spirale investigativa che riguarda le stragi di Capaci e Via d’Amelio. Solo qualche settimana fa ci eravamo soffermati sulle modalità dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino, avvenuto il 19 luglio 1992. E soprattutto ci eravamo soffermati sulla revisione del processo in merito, così come auspicato dalla Procura di Palermo. Se quest’ultimo atto tende a spiegare la preparazione dell’attentato dinamitardo di Via d’Amelio, attribuendo alla mafia il ruolo di manovalanza, nuove indiscrezioni spostano l’attenzione sui possibili mandanti della strage. A “scongelare” parte delle informazioni fino a oggi rimaste nell’ombra è Agnese Borsellino, moglie del giudice.

Nei giorni precedenti la morte, quest’ultimo confida impressioni e timori per la propria vita. Sia ben chiaro che Paolo Borsellino non è solito lasciarsi andare a indiscrezioni relative al proprio lavoro, sia per la riservatezza che ne caratterizza la persona, sia per la delicatezza delle indagini che svolge. Nonostante tutto, qualcosa trapela. Sono diversi gli indizi che a distanza di quasi vent’anni tendono a trovare posto nella mente della vedova Borsellino. Nell’estate del 1992 (giugno, per la precisione) toni cupi e allarmati si susseguono nelle telefonate del giudice. In una di esse si parla della scoperta di una vera e propria trattativa fra la mafia e “parti infedeli dello Stato”. Ma è solo la punta di un iceberg. Le rivelazioni più consistenti si hanno nel corso di una seconda telefonata dove Borsellino addirittura aggiunge nomi e cognomi ai suoi timori citando l’allora comandante dei Ros, il generale Subranni, in qualità di affiliato a Cosa Nostra. A suggerirgli tale conclusione è un episodio di cui lo stesso giudice riferisce di essere stato testimone. Secondo Borsellino, al comandante dei Ros è necessario aggiungere non meglio precisati “colleghi” intenti a muoversi abilmente in quella trattativa fra Stato e mafia che pare essere sempre più il motivo principale dell’assassinio di Paolo Borsellino.

Le telefonate restituiscono da giugno in poi un uomo disgustato dalla gestione da parte di alcuni uomini dello Stato, tanto da rivelare alla moglie un vero e proprio dolore fisico nell’apprendere dei nomi coinvolti nella trattativa; così come restituiscono un uomo preoccupato così tanto da dare più volte, anche in momenti di vita privata, la sensazione di essere ormai un bersaglio fin troppo facile da colpire addirittura rifiutando la scorta. Perché? La ragione sta tutta nelle parole del giudice laddove, secondo lui, non sarebbe stata la mafia a ucciderlo bensì i suoi colleghi “
e altri a permettere che ciò possa accadere”. Sul nome di quest’ultimi oggi la Procura di Palermo si interroga senza ancora approdare a elementi concreti. Forse la risposta, in parte, è in quel Castello Utveggio (sito sul Monte Pellegrino visibile dalla sua abitazione) dal quale Borsellino tendeva spesso di “nascondersi” serrando le tende e celando il più possibile il proprio quotidiano da occhi che, con tutta evidenza, considerava quantomeno “indiscreti” e in grado di osservarlo in ogni istante.

Alla luce di quanto affermato dalla vedova Borsellino e dalle ultime indagini sulla dinamica dell’attentato, sembra affiorare un quadro relativamente chiaro. Dalla testimonianza del pentito Spatuzza sappiamo che a premere il pulsante nell’attentato a Via d’Amelio sarebbe stato il boss Giuseppe Graviano e dunque la ricostruzione della Procura di Palermo va nella direzione di indicare la manovalanza mafiosa come l’unica utilizzata per compiere la strage. A ordinare la morte potrebbe essere stata la stessa mafia, certo, ma è tutt’altro che trascurabile il “silenzio-assenso” da parte di tutte quelle forze dello Stato che sapevano ma che hanno preferito non muovere un dito per salvare il giudice. Forse i colleghi di Borsellino, forse qualche generale, forse qualche politico eccellente. Ma più di tutto, il quadro che sta per completarsi sembra poter essere ben descritto da una triste e cinica massima: la mafia uccide e lo Stato tace. E’ così che alla fine tutti sono responsabili ma nessuno è mai davvero il colpevole. 

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Svolta nel caso Borsellino: una talpa nel palazzo della madre scagiona ipotetico ruolo dei servizi segreti 

Una talpa nel palazzo della madre scagiona ruolo servizi segreti

  di Pasquale Ragone
 

Continuano a fluttuare come in un mare in tempesta le mille certezze e incertezze che caratterizzano le stragi del 1992. L’argomento è stato già trattato da noi in più occasioni ma, a quanto pare, le novità rimbalzano a iosa. La Procura di Palermo, guidata dal procuratore Lari (con gli aggiunti Gozzo e Bertone) e dai sostituti procuratori Marino, Paci e Luciani, giunge in queste ore a quella che può definirsi una vera e propria svolta nelle indagini per la morte del giudice Paolo Borsellino.
Fino a oggi erano otto gli indagati per l’attentato che il 19 luglio 1992, a Via d’Amelio, elimina dalla scena uno dei magistrati più attivi nella lotta alla mafia. La tesi paventata in questi anni vede l’intervento dei servizi segreti deviati assistere Cosa Nostra nel piazzare l’esplosivo nell’auto “126”, poi esplosa uccidendo Borsellino. Oggi quella tesi va incontro a una vera e propria svolta in seguito alle confessioni del pentito Spatuzza. Le indagini della Procura ribaltano la scena chiedendo la scarcerazione di quegli otto inquisiti e chiamando in causa sette persone che avrebbero avuto un ruolo attivo nella strage. Seguendo questa nuova versione dei fatti irrompe sulla scena l’esistenza di una talpa nel palazzo dove viveva la madre del giudice Borsellino.

La talpa avrebbe seguito i movimenti del magistrato occupando un appartamento al piano terra dello stabile indicato e sarebbe la stessa persona che ha piazzato l’esplosivo nella 126. Quest’ultime informazioni sono di enorme rilevanza per le indagini. Si è sempre parlato infatti della presenza e dell’ausilio da parte dei servizi segreti (deviati?), ad esempio, nella fase di posizionamento dell’esplosivo e nell’azionamento del dispositivo utilizzato. La nuova pista sconfessa tale ipotesi. Finora nessuna traccia permette di confermare la presenza dei tanto paventati agenti dei servizi e non trova ancora conferma l’ipotesi che l’esplosivo sia stato azionato dal celebre castello del Monte Pellegrino ritenutane la sede. Il tritolo sarebbe stato attivato quindi dagli uomini di Cosa Nostra. Ma c’è di più. Il luogo dal quale è partito tale azionamento non sarebbe la zona dell’Utveggio. A premere il pulsante sarebbe stato il boss Giuseppe Graviano nascosto dietro un muretto di Via d’Amelio. Oggi la strage del 19 luglio 1992, costata la vita al giudice Paolo Borsellino, inizia quindi ad avere nomi e cognomi associati ad azioni ben precise. La talpa sarebbe Salvatore Vitale, ufficialmente gestore del maneggio “Palermitana equitazione salto ostacoli”, pare vicino al boss Giuseppe Graviano. Ma Vitale è già in carcere da anni, condannato a dieci per reati di mafia ma soprattutto all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, il ragazzino tragicamente ucciso e fatto sparire sciogliendolo nell’acido. Dunque sarebbero stati due uomini, quel giorno a Via d’Amelio, a compiere una delle stragi più clamorose della storia d’Italia.

Per ora altre ipotesi non trovano riscontro negli elementi e nelle testimonianze raccolte dalla Procura di Palermo. Quanto invece indicato dal procuratore Lari è una strada ben precisa e che inizia a trovare le proprie ragioni riuscendo a farne quadrare il cerchio. Servizi segreti deviati, ordini più o meno “dall’alto” e asserzioni del genere sembrano allontanarsi definitivamente.
Probabilmente le ritroveremo un giorno come tessere di un puzzle posizionate dove giusto che sia. A oggi, quelle tessere rischiano solo di aggiungere confusione ad altra confusione. Ben venga quindi fare chiarezza su quella che potremmo definire “la base” degli eventi accaduti in quel periodo e ben vengano le condanne (o le assoluzioni come nel caso dei precedenti otto inquisiti) per trovare finalmente una verità processuale.

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"Eventi omicidiari" e "strategie destabilizzanti": la verità sulle stragi del 1992

Eventi omicidiari, la verità sulle stragi Falcone e Borsellino

di Pasquale Ragone 
 

Un senso logico. E' questa la linea sottile tanto ricercata dalla magistratura impegnata nelle indagini circa la verità delle stragi che nei primi anni '90 hanno insanguinato l'Italia. Quel senso logico oggi sembra essere più consistente, tutt'altro che una linea sottile. Dagli archivi del Ministero dell'Interno affiorano documenti che cominciano a diradare le nubi. I pm siciliani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo stanno decidendo in queste ore quali documenti acquisire per comprendere nei fatti le vicende che vanno dalla morte di Salvo Lima (uomo di area andreottiana) a Giovanni Falcone. Il filo logico che lega quelle morti esiste. Dopo la morte di Lima, si desume dal documento oggi di dominio pubblico, i politici più in vista dell'epoca (Martelli, Mannino, Vizzini, Andreotti, ecc.) temevano che l'ondata di violenza colpisse anche loro. Il delitto Lima può considerarsi, il 12 marzo 1992, il vero momento di rottura con il passato e l'annuncio di serie minacce per il futuro. Del pericolo si erano accorti già l'ex capo della Polizia Vincenzo Parisi, il quale subito dopo l'assassinio di Salvo Lima aveva diramato un comunicato dai toni drammatici e avulsa da qualsiasi interpretazione parlando di “eventi omicidiari” e di “strategie destabilizzanti”: l'intento di Cosa Nostra era quello di uccidere esponenti della Democrazia Cristiana (D.C.), del Partito Socialista Italiano (P.S.I.) e del Partito Democratico della Sinistra (P.D.S).

Della situazione ne era pienamente consapevole uno dei politici più importanti della storia d'Italia: Giulio Andreotti. Sarebbe stato lui a “pagare” il 24 maggio 1992 il risultato delle scelte stragiste di Cosa Nostra vedendo sfumare ogni possibilità di diventare Presidente della Repubblica, cedendo così il passo all'elezione di Oscar Luigi Scalfaro. La scelta del capo dello Stato era giunta infatti a seguito di una delle stragi più pesanti della storia repubblicana italiana, laddove il giudice Giovanni Falcone, con moglie e scorta a seguito, perdeva la vita a Capaci sotto i colpi della mafia.
Ma cosa era accaduto fra la morte di Lima e quella di Falcone? Il già citato documento, così come altri frutto dello studio archivistico delle carte del Ministero dell'Interno, mettono in evidenza come la cosiddetta trattativa Stato-mafia aveva avuto origini ben precise. Contrariamente a quanto ipotizzato finora, non sarebbe stata la mafia a “contattare” lo Stato affinché trattative segrete portassero ad una sintesi, bensì i politici (intimoriti dalle stragi) avrebbero forzato la mano intervenendo mettendo in piedi, appunto, le trattative con la mafia per chiudere il periodo stragista.

Inizia a spiegarsi in tal modo perchè uomini dello Stato (servizi segreti in particolare) avessero avvicinato personaggi come Vito Ciancimino, ex sindaco siciliano al centro di interessi e rapporti con la mafia siciliana dell'epoca. E si spiegherebbe così l'origine dell'ormai celeberrimo “papiello” che Totò Riina avrebbe scritto chiedendo revisioni dei maxi-processi, allentamento del 41 bis (carcere duro per i mafiosi) fino a sconti di pena per quanti erano già rinchiusi nelle carceri italiane per reati di mafia. Non sarebbe dunque partita da Totò Riina bensì dai politici dell'epoca l'intenzione di avviare le trattative Stato-mafia. E' questa la grande verità che emerge dalla montagna di carte diffuse dal Ministero dell'Interno e racchiuse nella maxi-inchiesta dei Pubblici Ministeri palermitani. Se confermata, tale ipotesi potrebbe spiegare uno dei punti più torbidi della vicenda, ovvero perché le trattative sarebbero iniziate solo dopo la morte di Falcone e non prima che la stagione stragista avesse inizio.

La certezza che emerge è che da tutto questo discorso si comprende e si apprezza maggiormente il sacrificio di Falcone e Borsellino, due giudici probabilmente al corrente di essere (come i politici della D.C., del P.S.I. e del P.D.S.) nella lista nera di Cosa Nostra ma ugualmente determinati a non scendere minimamente a patti con la mafia a differenza di quanto avrebbe fatto buona parte della politica italiana. Si è forse a un punto di non ritorno nelle indagini su quel periodo oscuro della nostra storia. Forse dal sacrificio di uomini dediti alla verità e al senso dello Stato ne verrà fuori un insegnamento ancora più forte per le generazioni che verranno.  

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Pietro Grasso: "Altre entità hanno aiutato la mafia a uccidere Falcone"

Pietro Grasso, altre entità hanno aiutato nelle stragi
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