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IL SENSO
DI COLPA 

DA AVETRANA
ALLA POLITICA 

La colpa, quell'oggetto misterioso al passo con i tempi

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International Post, 14-20 novembre 2011- Da Avetrana alla politica: il senso di colpa, quell'oggetto misterioso al passo con i tempi

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Da Avetrana alla politica: il senso di colpa, quell'oggetto misterioso al passo con i tempi
 

Il senso di colpa, quell'oggetto misterioso

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di Pasquale Ragone


Da Avetrana alla politica passando per gli alluvioni degli ultimi giorni: quanto pesa il senso di colpa? Spesso il modo migliore per misurare i cambiamenti ai quali va incontro una società nel corso della propria storia vede nella morale il senso del proprio decadimento o del proprio rafforzamento. Sempre di più si osserva un fenomeno che rappresenta una vera e propria rottura con le dinamiche del passato. Il cosiddetto “senso di colpa” è il centro di questa mutazione. Ma facciamo degli esempi noti per meglio comprendere il discorso. Il caso di Avetrana ci svela (ad esempio) la vicenda di una “colpa collettiva” laddove dapprima il responsabile di un delitto sembra essere un semplice contadino e in seguito la moglie e la figlia. Ma la vicenda è così particolare che il contadino torna alla carica e assume su di sé ogni responsabilità: in questa vicenda dov’è il senso di colpa? E soprattutto da chi o da cosa è dato? 


La vicenda ha i contorni del grottesco: il senso di colpa diventa una strategia difensiva per sé e per la propria famiglia con l’obiettivo di evitare il carcere. Scenario diverso si presenta invece in Liguria. Una massa d’acqua enorme trascina via interi paesi causando diverse vittime. L’indomani le dichiarazioni del sindaco non lasciano intendere equivoci: “porto quelle vittime sulla coscienza”. Il senso di colpa prende il sopravvento ma a esso non segue nessuna dimissione dall’incarico. Ben più complesso è invece il caso politico che vive l’Italia a livello nazionale. Qualunque sarà il risvolto dei mesi successivi, un dato su tutti: finché non c’è un dato di fatto schiacciante e inappellabile, niente dimissioni, niente rinuncia alla vita politica e che il senso di colpa per una situazione disastrosa vada a farsi benedire. Gli episodi raccontati in modo succinto offrono l’occasione per interrogarsi su cosa sia il “senso di colpa” oggi. Un tempo, nemmeno troppo lontano pensando a Tangentopoli, la politica viveva l’incubo della gogna pubblica e dello smascheramento. Il senso di colpa rappresentava un macigno che quasi sempre portava alle dimissioni e qualche volta addirittura al suicidio. Allo stesso modo i processi erano un’occasione per decretare e stabilire, laddove vi fosse la possibilità, quale fosse il grado di colpa e a chi attribuirlo. Anche a livello cittadino e dunque a rappresentanza delle tante piccole realtà di cui è piena l’Italia, il senso di colpa era dato da uno “sguardo collettivo” teso a pesare sulla dignità del proprio operato. 


Sebbene i tre esempi posti sembrino lontani anni luce, in realtà potrebbero trovare il comune denominatore nel concetto di mediaticità in rapporto al senso di colpa. E’ come se il protagonismo dei media sia diventato il più utile ed efficace palliativo teso a sopprimere qualsiasi conato della colpa che le situazioni impongono: più sei protagonista dei media e meno affiora (o meno si bada) al senso di colpa. Non è questa la sede per citare Freud né per rievocare religiose forme di controllo del comune sentire. Il discorso è probabilmente molto più banale ma proprio per questa ragione piuttosto serio, così come è seria la domanda che diventa il centro della discussione: il soggetto a chi risponde oggi nel definire il proprio senso di colpa? Le “antiche” Istituzioni hanno ormai ceduto il passo a una soggettività nuova che non è neanche più “rivincita dell’individuo rispetto al dovere della morale” ma è forse un istinto molto più banale e che trova la propria genesi nel rifiuto dell’agire e nell’accettazione dello stato delle cose. 


Paradossalmente spostare il baricentro del senso di colpa dalla “morale classica” al rifiuto di tale morale è un’azione clamorosa per certi versi (e sicuramente forte) ma al contempo un’azione puramente “conservatrice” che somiglia molto a quello zapping televisivo che dà l’idea di cambiamento radicale ma che allo stesso tempo significa “subire” il mezzo televisivo per l’inevitabile capacità di rendere passivo il suo osservatore. E si torna così al punto di partenza dove i contadini comprendono che il proprio senso di colpa non lo decidono i Tribunali, le indagini o una morale più o meno cattolica bensì esclusivamente il parere del cosiddetto “popolo mediatico” secondo il quale è il concetto di “notizia” (e notiziabilità) a stabilire dove si trovi il senso di colpa e se dunque sentirsi responsabili o meno di un fatto accaduto. Stesso discorso per la politica laddove non è più il fatto in sé a decretare il divenire ma è il concetto del “se tutti fanno così, allora è giusto” a stabilire “se si può provare colpa” nei confronti di una collettività (o anche solo nei confronti di se stesso secondo la nozione di “dignità”). 


Diventa così tutto più labile e la mediaticità sembra essere ormai già un concetto vecchio, che appartiene al passato laddove l’utente ha compreso il meccanismo dando vita a una nuova libertà. Quest’ultima è l’utente stesso che, nella sua passività, sembra aver trovato il giusto sofà sul quale accomodarsi. Diventa così una delle sfide del futuro rispondere alla seguente domanda: chi è oggi il detentore del concetto di “senso di colpa”? O per dirla in modo molto più semplice: affinché io mi senta colpevole di qualcosa, chi è determinante al fine di tale giudizio e cosa può indurmi a decretarlo? Qual è la soglia oltre la quale scatta nell’individuo il “senso di colpa”?