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IL CASO 
WIKILEAKS 

Il più grande caso si spionaggio degli ultimi decenni

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International Post, 1-7 novembre 2010- Wikileaks: la verità dei documenti riservati sulla guerra in Iraq

International Post, 30-5 settembre 2010- Giallo internazionale: il caso Assange, la sfida al Pentagono e i documenti proibiti

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Wikileaks: la verità dei documenti riservati sulla guerra in Iraq
 

La verità sulla guerra in Iraq da Wikileaks

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di Pasquale Ragone

Cosa succederebbe se all’improvviso venissero pubblicati file militari segreti riguardanti una delle guerre più complicate e sanguinose degli ultimi anni? A porre l’interrogativo e a dare una risposta vi ha pensato Julian Assange, responsabile di Wikileaks, il sito che nei mesi scorsi ha stravolto le regole del rapporto governament-information e ha pubblicato migliaia di file relativi alla guerra in Iraq che dal 2003 sforna quotidianamente notizie a metà fra la ricostruzione democratica del paese e l’impotenza di dominare un territorio ancora troppo ostile alle forze militari impegnate contro diversi gruppi terroristici.
Dai documenti resi disponibili in ogni parte del mondo attraverso il web, lo scenario che appare agli occhi di chi legge non può lasciare indifferenti. Non è infatti rimasto indifferente il vicepremier britannico, Nick Clegg, il quale ha recentemente rilasciato dichiarazioni inequivocabili che pongono l’accento sulle stragi di civili che i file descrivono, così come sull’operato di alcuni militari impegnati in torture e stupri. La Casa Bianca ha già fatto sapere che eventuali responsabili saranno puniti dalla corte marziale ma l’interrogativo che si pone è perché non si sia provveduto a condannare preventivamente azioni palesemente fuori dalle regole militari; i documenti venivano infatti stilati quotidianamente dai responsabili militari in Iraq o dai servizi segreti impegnati sul territorio.

Ufficialmente, le uniche risposte americane hanno sottolineato come la pubblicazione dei file su Wikileaks abbiano messo in pericolo centinaia di uomini appartenenti ai servizi di sicurezza americani e informatori iracheni disposti a fornire notizie capillari utili a fronteggiare una situazione bellica già delicata di per sé.
Ma con lo schiudersi dei rapporti militari sottratti al Pentagono, tornano prepotentemente sulla scena questioni che erano probabilmente destinate a cadere nell’oblio. Alcune di queste riguardano direttamente l’Italia.
Nel 2004, le cronache militari riportarono di uno scontro a fuoco in cui i soldati italiani risposero alle rappresaglie di uomini armati a bordo di un furgone e dotati di esplosivo: a causa di quest’ultimo sarebbe saltato in aria il mezzo. Dai file del Pentagono risulta invece che non vi fu mai nessuno scontro a fuoco. I militari italiani avrebbero sparato contro un’ambulanza con a bordo semplici civili. Sebbene un’inchiesta sul caso mise in luce come gli unici indizi erano concordi nel considerare un’ambulanza sulla scena dell’esplosione e non un furgone, resta difficile capire per quale motivo i soldati italiani avrebbero fatto fuoco contro il mezzo. Un errore di valutazione sarebbe l’unica spiegazione, ma fino a oggi nessuna convincente verità ufficiale. Esistono però alcuni dubbi sulla veridicità dei documenti diffusi da Wikileaks.

Fra i file pubblicati, diversi trattano della vicenda Calipari,ovvero il caso che vide un uomo dei servizi segreti italiani, occupatosi della liberazione di un ostaggio italiano in mano ad Al-Quaeda, morire in seguito a una sparatoria ingaggiata da militari americani impegnati nella difesa di un check-in. Da quanto risulta nei documenti informativi del Pentagono, i soldati americani avrebbero ricevuto una telefonata circa l’arrivo di un’auto imbottita di tritolo diretta verso il check-in: il timore di un attentato avrebbe dunque spinto i militari a fare fuoco.
Nonostante l’evidente accidentalità del fatto, alcuni dettagli non coincidono. Nel rapporto americano si legge che l’auto su cui viaggiava l’agente Calipari era una “Chevrolet blu” mentre le riprese amatoriali di un militare presente sulla scena della sparatoria mostrano una “Corolla bianca". Leggendo la palese discordanza, il dubbio che sorge è che, tra i molti documenti utili a illustrare la realtà di una guerra cruenta e sempre più lunga, vi siano anche documenti frutto di depistaggi. E’ possibile sostenere l’intento di “qualcuno” di riaprire una ferita ancora aperta che potrebbe ricreare ruggini fra Italia e Usa?

A rispondere alla domanda dovranno pensarci nei prossimi mesi le commissioni d’inchiesta che la Casa Bianca ha già annunciato di voler creare per spegnere ogni possibile focolaio di polemiche che, soprattutto dagli alleati inglesi e italiani, potrebbero essere dirette al modus operandi degli americani in terra irachena. Le commissioni avranno anche l’onere di dare una risposta convincente sul contenuto di numerosi file, finora considerati attendibili, riguardo la strage di civili che dall’inizio del conflitto si è perpetrata nei territori in cui sono presenti diverse forze militari impegnate nella difesa e nella ricostruzione delle zone dilaniate dagli eventi bellici.
Come per tutte le vicende che hanno riguardato la storia del mondo, anche per la guerra in Iraq sembra essere arrivato il momento del bilancio, a metà strada fra democrazia e omissioni.

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Giallo internazionale: il caso Assange, la sfida al Pentagono e i documenti proibiti