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IL CASO DI 
VIA POMA 

La morte di Simonetta Cesaroni, un delitto ancora irrisolto

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International Post, 7-13 maggio 2012- Caso via Poma: finalmente il verdetto

International Post, 7-13 gennaio 2011- L'incompatibilità della giustizia nella prima sentenza sul giallo di via Poma

International Post, 6-12 settembre 2010- Emergono nuovi elementi sul delitto di via Poma: tangenti e servizi segreti dietro la morte di Simonetta Cesaroni

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Caso via Poma: finalmente il verdetto

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di Pasquale Ragone


Renato Busco non è l’assassino di Simonetta Cesaroni. A decretarlo è la sentenza d’appello che finalmente scioglie ogni dubbio sul ruolo di Busco nella tragica vicenda passata alla storia mediatica come “il delitto di Via Poma” risalente al 7 agosto 1990.
Da più parti si era alzato il coro che chiedeva la scarcerazione di Busco, criticando aspramente la sentenza di primo grado che si fondava su due elementi molto discutibili: il DNA presente sul corpetto della vittima e la forma di un morso rinvenuto sulla stessa. La stampa, il mondo della giurisprudenza e quello della criminologia hanno sottolineato più volte l’inconsistenza di quelle che non potevano definirsi “prove” ma solo indizi non in grado di ricondurre a Renato Busco.
E allora chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? La domanda non trova ancora risposta. Sono già passati quasi ventidue anni dal fatto e alcuni protagonisti della vicenda sono ormai deceduti.

Cosa resta quindi? Senz’altro una serie di piste che dovranno essere verificate appieno dagli inquirenti. Ne citiamo alcune per dare l’idea della complessità della vicenda.
Nell’estate del 1990 il corpo della Cesaroni viene rinvenuto privo dei propri indumenti, con i pantaloni abbassati. Sul cadavere sono ben visibili le tante ferite inferte che ne hanno determinato un rapido dissanguamento. La scena si presenta però piuttosto anomala. Nonostante il sangue copioso perso dalla vittima, sul pavimento le tracce sembrano essere state ripulite con molta cura.
Da qui partono una serie di ipotesi sicuramente affascinanti. Ne riportiamo tre su tutte.
La prima ipotizza che la vittima fosse nell’atto di concedersi al proprio carnefice e che questi abbia scatenato la propria rabbia sulla Cesaroni successivamente all’incapacità (o alla mancata volontà) di avere con lei un rapporto sessuale. Busco era il fidanzato della Cesaroni e fra i due pare che quest’ultima fosse particolarmente presa dal rapporto, molto più del proprio partner. Busco non avrebbe avuto motivo di uccidere la Cesaroni perché non avrebbe avuto nessun problema a ottenere un rapporto sessuale con la propria ragazza.

Si è pensato allora a Pietro Vanacore, morto suicida pochi giorni prima della prevista deposizione al processo. In tal caso sarebbe più facile far corrispondere la persona di Vanacore con la pulizia del pavimento avvenuta in tempi record. Vanacore era infatti il portiere dello stabile e dunque abituato a impegnative pulizie in quel luogo e soprattutto aveva le chiavi dell’ufficio dove è stato rinvenuto il cadavere. La porta non presentava infatti segni di scasso. Per ora il dubbio resta. La seconda ipotesi è che la Cesaroni sia stata uccisa con premeditazione per chiuderle la bocca. La ragazza lavorava infatti per una società (l’A.I.A.G.) delegata all’organizzazione degli alberghi della gioventù sul territorio romano. Solo negli ultimi tempi un ex camorrista (tale Porcari) ha raccontato che questa, come altre società, era solo una copertura per affari che prevedevano la concessione di appalti nelle zone del nord-Africa per poi intascare il denaro. Dietro a questi affari si muovevano uomini dei Servizi Segreti.

La Cesaroni sarebbe stata implicata perché testimone di alcune contrattazioni e giri di tangenti. Anche la morte di Vanacore, secondo questa ipotesi, non sarebbe stata un suicidio ma un omicidio mascherato da suicidio. La pista risulta piuttosto affascinante così come impegnativa per la Procura chiamata a indagare. La terza ipotesi è decisamente più ardita. La Cesaroni sarebbe stata una delle tante vittime del Mostro di Firenze, quel serial killer spietato che avrebbe agito quindi anche oltre i confini della Toscana. A condurre verso questa pista sono le ferite sulla vittima, concentrate al pube e al seno della ragazza, proprio come per le vittime del Mostro di Firenze. Ma anche qui si è ben lontani dal riuscire a dimostrare un’ipotesi che avrebbe del clamoroso e che per ora resta nella categoria del “fantasioso”. L’assoluzione di Renato Busco apre quindi una voragine nelle indagini. Si scatenerà la Procura per trovare la verità; si scateneranno giornalisti e giallisti di fama; aumenterà l’audiance dei programmi televisivi che trattano casi di cronaca nera; ci sarà un interesse spasmodico del pubblico. Una cosa è certa: il giallo di Via Poma è ancora ben lontano dalla parola “fine”. 

Le indagini.it

L'incompatibilità della giustizia nella prima sentenza sul giallo di via Poma

           di Pasquale Ragone

La sentenza del 26 gennaio scorso che ha condannato Raniero Busco in primo grado a ventiquattro anni ha tutti i caratteri dell’eccezionalità. Lo è sia perché si tratta della prima sentenza sulla morte di Simonetta Cesaroni dopo ventuno anni dal delitto, sia perché i criteri di giudizio sono stati quantomeno singolari. Raniero Busco è il grande accusato del processo sulla morte della Cesaroni, uccisa il 7 agosto del 1990 nello stabile di Via Poma 2, sulla base del concetto di “incompatibilità” che rende allo stesso tempo sia contorta che chiarificatrice una delle vicende più misteriose degli ultimi vent’anni.
Per avere un’idea di cosa sia stato il giallo di Via Poma 2 basterebbe sfogliare qualsiasi quotidiano dell’epoca e accorgersi dell’esistenza di personaggi sempre rimasti in un’ombra su cui mai è stata fatta luce.

Falcone e Borsellino servizi segreti addio

Il corpo di Simonetta viene infatti ritrovato il 7 agosto 1990 dopo che vani erano stati i tentativi, da parte dei familiari, di rintracciarla. La scena che si presentava ai primi intervenuti nell’ufficio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù (A.I.A.G.) è raccapricciante: Simonetta riportava ventinove coltellate, di cui due agli occhi, al seno e al pube; il corpo era seminudo e alla fine si sarebbero contati ben tre litri di sangue fuoriusciti dalla vittima. A Via Poma 2 un omicidio così non si era mai visto, eppure anche lì esistevano dei precedenti, come quello di Renata Moscatelli cognata di un marchese petroliere, delitto senza autore.
Le indagini sulla morte della Cesaroni si erano mostrate sin da subito complicate e nel tempo le ombre si sarebbero allungate fino a coprire personaggi di cui mai è stato chiarito fino in fondo il ruolo svolto nella vicenda. E’ il caso di Pietro Vanacore, pare morto suicida appena prima dell’inizio del processo che ha portato alla condanna di Busco. Vanacore era il portiere dello stabile in cui venne ritrovata la vittima e la sua presunta presenza al momento del delitto o la possibilità che egli conoscesse molti dettagli sulla vicenda sono sempre rimaste voci. Eppure, come in ogni giallo che si rispetti, la scena del delitto è il primo punto da cui partire. Simonetta Cesaroni presentava il corpo seminudo indossando solo i calzini, le mutandine e il reggiseno, entrambi abbassati. Chi ha ucciso quella ragazza? In un primo momento le indagini si erano bloccate a causa dell’assenza di elementi utili; oggi, le moderne tecniche di investigazione hanno permesso di riaprire le indagini e di adempiere a tutti gli esami necessari. E’ così che si è giunti dopo ventuno anni a decretare una presunta verità sul giallo di Via Poma. 

A condannare Busco sono stati i risultati ottenuti dall’esame della saliva presente sul corpetto e sul reggiseno di Simonetta Cesaroni, elemento posto in relazione soprattutto col segno del morso presente sul seno della vittima.  

Eppure, la sentenza non chiarisce i dubbi che ancora persistono; essa si basa infatti su elementi discutibili. Per capire a chi appartenesse il segno lasciato sul seno di Simonetta, la polizia scientifica si è avvalsa del principio della “compatibilità” intesa come somiglianza molto forte fra il segno del morso ritrovato e l’arcata dentale di Raniero Busco. Il risultato, secondo giudici, innalza a prova quel che invece dovrebbe essere un utile indizio in quanto la compatibilità può circoscrivere le indagini a pochi sospettati ma sicuramente non ne chiarisce il nome e il cognome. E lo stesso è avvenuto per la saliva sul reggiseno. Quest’ultima appartiene a Busco senza alcun dubbio ma nulla toglie che possa esservi rimasta in seguito alle tante volte che l’uomo ha avuto rapporti con la vittima. E’ infatti necessario ricordare che Busco era il fidanzato della Cesaroni ed è altrettanto necessario ricordare che tracce di saliva possono restare su un indumento anche dopo diversi lavaggi. 


Analoghe analisi sono state compiute inoltre per la verifica del Dna. Sul luogo del delitto, infatti, è stato ritrovato del sangue misto a quello della Cesaroni. La tipologia di quest’ultimo è in parte simile alle tracce ritrovate nel lavatoio dello stabile di Via Poma posto sul terrazzo laddove l’assassino si sarebbe lavato le mani dopo l’omicidio. Anche in questo caso si è parlato di “compatibilità” del Dna, palesando un errore clamoroso da parte dei giudici perché per principio il Dna non può essere compatibile: esso è oppure non è della persona a cui viene attribuito. Anche in questo caso la compatibilità risulta essere un concetto troppo labile per poter condannare un uomo a ventiquattro anni per un omicidio. A dover far riflettere giunge inoltre il dato che si rileva analizzando la scena del crimine. Prima di essere ferocemente assassinata, con ben ventinove coltellate, Simonetta si era spogliata. Può sembrare un dettaglio inutile ma in realtà dice molto. E’ risaputo, attraverso le testimonianze raccolte dalla Procura all’epoca dei fatti, che la ragazza desiderava un rapporto molto più saldo con Raniero Busco mentre quest’ultimo pare fosse più reticente. 


In base al dato appena espresso, che senso avrebbe avuto per l’uomo insistere il 7 agosto affinché avvenisse un rapporto sessuale? E perché tanta violenza nei confronti della vittima con modalità tipiche dell’efferatezza? Proprio in merito alla violenza e alla posizione dei colpi inferti (agli occhi, al seno e al pube) il primo pensiero vola invece verso gli omicidi efferati del Mostro di Firenze di cui l’ultimo compiuto appena cinque anni prima, nel 1985. Nonostante le tante considerazioni, i giudici hanno scelto di condannare Busco sulla base di elementi da essi definiti “compatibili” ma che in realtà lasciano una scia enorme di dubbi. A breve si ricorrerà in appello per ribaltare la sentenza ma il timore è che in assenza di elementi più forti, altrimenti dette prove, si pongano le basi per considerare quello di Via Poma l’ennesimo giallo italiano irrisolto.  

Leindagini.it

Emergono nuovi elementi sul delitto di via Poma: tangenti e servizi segreti dietro la morte di Simonetta Cesaroni 

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