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IL CASO 

MAURO

DE MAURO 

La storia di Mauro De Mauro, il giornalista scomparso nel nulla e l'ultima sentenza che assolve Totò Riina

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International Post, 2-8 maggio 2011- Caso De Mauro: dopo 41 anni forse una possibile svolta al processo per omicidio

International Post, 20-26 giugno 2011- Caso De Mauro: la giustizia italiana assolve Riina e spreca un'occasione d'oro per giungere alla verità 

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Caso De Mauro: dopo 41 anni forse una possibile svolta
al processo per omicidio

1970 nuova ipotesi scomparsa omicidio

                                                                   di Pasquale Ragone

Sono passati ormai più di quarant’anni da quando Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970, svanisce nel nulla. Di lui si sarebbero perse le tracce per sempre. De Mauro è nel 1970 un giornalista di cronaca nera che lavora per “L’ora” di Palermo, uno di quelli con un certo fiuto per la notizia. Non solo. Pochi anni prima (nel 1962) accade uno dei tanti eventi tragici della storia italiana del secondo dopoguerra: l’aereo di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, esplode in volo nei cieli della Lombardia. Chi o cosa ha causato la morte di Mattei? Un incidente o un attentato?

Mauro De Mauro comincia da quel giorno, dopo essere stato inviato dal proprio giornale per un resoconto dei fatti, a indagare su quanto accaduto. Nessuno ha mai conosciuto i risultati di quell’inchiesta. Quello che penetra dopo decenni di silenzio è solo il ricordo della famiglia e dei colleghi, rimembri di come negli ultimi giorni il giornalista fosse dedito ad ascoltare ossessivamente la registrazione dell’ultimo discorso di Mattei così come a leggerne gli ultimi articoli. Semplice passione o qualcosa di più? Secondo il pentito Francesco Di Carlo all’epoca De Mauro era intento a ricostruire gli eventi che avevano portato alla morte di Mattei, puntando tuttavia l’attenzione sui rapporti fra mafia e poteri politico-economici del tempo. Quarantuno anni sono però un tempo sufficiente a far si che altre piste compaiano per far luce sulle ragioni della morte del giornalista. Una delle più interessanti è certamente quella legata al principale evento politico-eversivo dell’Italia del 1970: il golpe Borghese. Nel dicembre di quell’anno un gruppo di militari di ispirazione neo-fascista tenta di conquistare i centri nevralgici della società italiana.

Tuttavia qualcosa non va per il verso giusto e il golpe si trasforma in una farsa, in qualcosa che diversi politici avrebbero addirittura considerato un’invenzione. Il tentativo di golpe in realtà vi fu e a confermarlo sarebbe stato diversi anni dopo uno dei protagonisti delle trame eversive del periodo, Licio Gelli. Ma con quest’ultimo entreremmo in un’altra storia o forse la stessa a detta di diversi pentiti (fra cui Buscetta) secondo i quali a causare la morte del giornalista sarebbero state le indagini di quest’ultimo circa i legami fra la mafia e gli uomini del generale Junio Valerio Borghese, ex Decima Mas. In breve, De Mauro muore perché le informazioni di cui è in possesso rappresenterebbero un pericolo per la realizzazione del golpe che si sarebbe dovuto realizzare tre mesi dopo il rapimento e la morte del giornalista. A rendere verosimile il racconto giungono i rapporti che De Mauro certamente aveva con uomini della destra grazie alla diretta amicizia con Borghese e a una comune esperienza politica al tempo del fascismo. Questa è pertanto la principale pista a cui gli inquirenti sono giunti finora, suffragata dalle rivelazioni dei pentiti di mafia che addirittura descrivono come la morte di De Mauro sia avvenuta per strangolamento dinanzi ai principali boss di mafia del tempo, compresi Riina e Provenzano; successivamente il corpo sarebbe stato gettato in un fiume. Arriviamo così ai giorni nostri e al processo per omicidio che vede imputato solo Totò Riina per il quale il Pm chiede l’ergastolo.
Se realmente verrà accolta tale richiesta ci troveremmo dinanzi a una sentenza storica per il valore che trascina con sé. Considerare verità giudiziaria il fatto che la morte di Mauro De Mauro sia avvenuta ad opera della mafia per tutelare le trame eversive in atto nel 1970 significherebbe sia ammettere legami fra la politica e l’eversione nera presente in quegli anni, sia ammettere l’esistenza di forti relazioni fra gli ambienti mafiosi e quelli della destra eversiva.
Tutto ciò fungerebbe da primo capitolo a una storia che vedrebbe, fra le altre, stragi come quella avvenuta a Milano nel 1969 e a Brescia nel 1974; significherebbe il primo passo verso una verità che ancora stenta ad affermarsi. Si potrebbe finalmente scrivere una pagina nuova per la giustizia italiana. Ma tutto ciò è per ora solo fanta-giustizia nell’attesa di una sentenza che giunge dopo quarantuno anni.

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Caso De Mauro: la giustizia italiana assolve Riina e spreca un'occasione d'oro per giungere alla verità

Processo Totò Riina innocente morte Mauro De Mauro

                                                                     di Pasquale Ragone 

Come si fa a complicarsi la vita anche quando si hanno a portata di mano fior di pentiti che rivelano la dinamica di un fatto criminoso con tanto di nomi e cognomi? Le istruzioni per l’uso è necessario chiederle alla giustizia italiana, nello specifico è la Corte d’assise di Palermo ad avere stavolta il copyright della ricetta. La Corte, presieduta da Giancarlo Trizzino, è riuscita infatti nell’ardua impresa di assolvere Totò Riina dall’accusa di essere il mandante e l’organizzatore della scomparsa e dell’uccisione del giornalista Mauro De Mauro avvenuta il 16 settembre del 1970. In vicende del genere è tuttavia necessario non limitarsi alla sola sentenza ma anche e soprattutto andare nel dettaglio. In realtà, la Corte ha dato più risalto a una mezza verità deducibile dalle parole del pentito di mafia Francesco Di Carlo. Quest’ultimo ha precisato che Totò Riina sarebbe stato “solo” parte di quel che a livello mafioso viene inteso come “il triunvirato” formato all’epoca da Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti e, appunto, Totò Riina. Chi infatti pensa che un’organizzazione così complessa come la mafia si regga soltanto sulle decisioni individuali dei capi si sbaglia di grosso. E c’è di più. Non solo la mafia è gerarchicamente strutturata al suo interno ma esistono anche gerarchie nei suoi rapporti con l’esterno, quest’ultimo indicato da diversi pentiti come “altre entità”.

Il caso De Mauro è emblematico nella sua semplicità perché affonda le ragioni proprio nei rapporti interni ed esterni della mafia.
Ad esempio le rivelazioni del pentito Di Carlo riflettono i tanti incontri avuti da diversi esponenti della mafia con quelli che all’epoca erano i membri dei servizi segreti o con uomini ad essi legati. Fra i più importanti membri dei servizi spiccano i nomi dei generali Miceli e Maletti, rispettivamente numero uno e due del Servizio Difesa e Informazione facente capo al Ministero della Difesa. Ma tali riunioni avevano un contesto ben preciso, condizionato dalle trattative per portare a termine il colpo di Stato fra il 7 e l’8 dicembre 1970, poi fallito, ma passato alla storia come il “golpe Borghese”, nome derivato dal comandante Junio Valerio Borghese, ex gerarca della X-Mas. Il giornalista De Mauro sarebbe quindi morto perché intenzionato a svelare i preparativi del golpe. Tuttavia, qualcosa sfugge in tutta la dinamica raccontata. De Mauro era un giornalista de “L’Ora” di Palermo ma soprattutto era amico del comandante Borghese e quindi vicino agli ambienti di destra. Il giornalista aveva quindi grande facilità nel reperire informazioni provenienti dagli ambienti di destra ma allo stesso tempo la causa della sua morte troverebbe la genesi nel rifiuto da parte di De Mauro di accettare le collaborazioni fra mafia, destra e pezzi attivi dello Stato.

Questa sembrerebbe essere la spiegazione del mistero che vige nella vicenda De Mauro.
La sentenza della Corte d’Assise di Palermo ha quindi tutto il sapore di un’occasione sprecata per affondare il coltello proprio in quei rapporti oscuri fra mafia, eversione e Stato, alla base di tutte le stragi e gli omicidi avvenuti in Italia.
Se è vero che Riina non ha deciso da solo l’eliminazione del giornalista, è pur vero che nemmeno può risultare innocente agli occhi dei giudici. Così come lui, andrebbero condannati Bontade e Badalamenti ma purtroppo quest’ultimi sono già morti: tuttavia, che giustizia è quella che, nell’impossibilità di condannare tutti i responsabili, accetta di non condannare almeno uno dei tre?
Siamo quindi dinanzi a una giustizia monca; e tale è anche la logica che segue nel decretare una sentenza che nella condanna del boss siciliano avrebbe visto la sua naturale conclusione.
Quanto avvenuto a Palermo deve senz’altro far riflettere ed esigere maggiore lotta per arrivare alla verità sulla scomparsa e uccisione di De Mauro il cui corpo, secondo il pentito Di Carlo, sarebbe stato sepolto nella zona dell’Oreto in Sicilia, a detta degli esperti “ormai zona irriconoscibile”.

Si apriranno ora altri processi, stavolta per falsa testimonianza, nei confronti di tutti coloro che hanno deposto nel processo accusando Riina di essere il mandante dell’omicidio.

Nell’anno della commemorazione del centocinquantenario dalla nascita d’Italia, quella delle mancate verità si conferma essere il vero “legame italiano” che unisce il Paese da Milano (Piazza Fontana) fino a Palermo (assoluzione di Riina) passando per Brescia (Piazza della Loggia), Bologna (strage alla Stazione) e tante altre città senza distinzioni fra nord e sud.
L’interpretazione di questa scia di sangue e di menzogne non può non essere dunque tutta nella frase di uno dei pentiti di mafia implicati nella vicenda De Mauro, laddove "va sempre così quando ci sono pezzi dello Stato coinvolti”.


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