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IL CASO ALDO MORO

Quando politica, cronaca nera e terrorismo si fondono in un'unica, drammatica storia

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International Post, 18-25 giugno 2012- Il PCI sapeva della Loggia P2 già all'epoca del rapimento Moro

International Post, 14-20 maggio 2012- Andreotti e il caso Moro, emblema della retorica italiana

International Post, 30-5 giugno 2011- Il caso Moro e la linea della fermezza: fu una messa in scena?

Le indagini.it

Il PCI sapeva della Loggia P2 già all'epoca del rapimento Moro

             di Pasquale Ragone

Fino a oggi si è scritto tanto sul caso Moro ma sembra non essere mai abbastanza.
La novità di questi giorni è che all’Archivio Centrale dello Stato di Roma sono disponibili centinaia di faldoni che racchiudono la storia ancora sconosciuta del caso Aldo Moro, la drammatica vicenda dello statista democristiano sequestrato dalle Brigate Rosse dal 16 marzo al 9 maggio 1978 per un totale di cinquantacinque giorni. La documentazione presente all’Archivio è disponibile solo per pochi studiosi, e ben scelti, fra alcune delle più prestigiose testate nazionali. Il contenuto di quelle carte affiora oggi dopo uno studio durato diversi mesi. La novità più rilevante che da esse emerge è quanto attiene alla P2 di Licio Gelli, lì nominata.

 

Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse

Sei giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro, i servizi segreti continuano e per certi versi accelerano la propria attività di intelligence per comprendere quanto sta avvenendo sul territorio italiano in seguito alla tragica notizia dell’uccisione del leader democristiano, rinvenuto cadavere a Via Caetani nel cofano di un’auto Renault 4, a Roma. “Secondo i responsabili del Pci si nasconde una trama ordina, fra l’altra, dai massoni della P2”. E’ questa la frase che gli uomini dei servizi segreti annotano su una delle migliaia di veline informative per il Ministero dell’Interno, diretto da Francesco Cossiga e poi da Virginio Rognoni in seguito alla morte di Moro. Secondo i servizi, il Pci avrebbe nutrito seri sospetti circa l’opera della P2 diretta dal Gran Maestro Licio Gelli. Oltre a darci informazioni riguardo il pensiero che circolava nella sede e negli ambienti del più importante partito comunista d’Occidente, il documento svela come della P2 e delle sue potenzialità si fosse già a conoscenza nel 1978. La loggia massonica sarebbe passata alla ribalta solo nel 1981 grazie alla scoperta, ad Arezzo, della celebre lista di oltre novecento affiliati alla P2, fra i quali spiccavano nomi eccellenti quali i vertici stessi dei servizi segreti, così come del mondo dell’imprenditoria e del giornalismo. Infatti, al momento della scoperta della loggia sarebbero stati molti a “non sapere”, “non ricordare” e a non avere la più vaga idea di cosa fosse la loggia P2, per non parlare di Licio Gelli. Eppure già il giornalista Mino Pecorelli, dalle pagine di Osservatore Politico aveva lanciato fino al 1979, anno della sua morte, segnali criptati con allusioni alla P2 e alle sue molteplici attività; e lo stesso lo avrebbe fatto, in modo ben più esplicito, spiegando addirittura la natura di finanziamenti, risalenti al periodo precedente il sequestro Moro, destinati a fazioni politiche fra le più disparate: “[…] Operazioni diverse hanno di volta in volta impegnato alcuni uomini ed alcuni settori della P2. 

 

La loggia ha sostenuto Leone (elezioni ’71) e lo ha attaccato (’76-’77); ha dato una mano al partito di Moro-Miceli ed un’altra a quello di Andreotti-Maletti; […] attraverso Calvi ha finanziato i giornali della Dc (Piccoli) ma anche il Pci ha avuto decine di miliardi per i suoi giornali, Paese sera in particolare […]”. Interrogato sulla P2, l’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva affermato: “Devo dire che ne sono venuto a conoscenza dai giornali nel momento in cui si è cominciato a parlare degli elenchi consegnati dai magistrati all’on. Forlani, allora Presidente del Coniglio. Credo che fossimo nella primavera-estate del 1981”. Il documento oggi rinvenuto tende a riscrivere questa storia, affermando che invece anche il Pci sapeva dell’esistenza della P2 di Gelli e delle trame oscure che ne contraddistinguevano l’agire, sin dal 1978 (almeno).
Ma soprattutto quella semplice e breve velina riesce a far comprendere che, a certi livelli, in politica non esistono puri ma solo persone che cercano di compromettersi il meno possibile. Si avvicina forse il momento di riscrivere la storia umanizzando i politici del passato e rendendoli meno diavoli e meno angeli di quanto sono stati dipinti per odio o amore di partito.

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Andreotti e il caso Moro, emblema della
retorica italiana

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di Pasquale Ragone


È bastata la notizia di un malore e la possibilità che un uomo dalla veneranda età di novantatre anni fosse ricoverato in ospedale per scatenare nel web una corta di macabra e pessima “ola”. L’uomo in questione è Giulio Andreotti, sette volte Presidente del consiglio e oggi Senatore a vita, protagonista di tutta la storia repubblicana italiana dalla nascita a oggi. Ma agli occhi dell’opinione pubblica Andreotti è anche il protagonista di molti misteri mai svelati, dalla morte di Moro a quella di Pecorelli fino ai dettagli più “bui” dello Stato italiano. Andreotti è davvero così colpevole come si dice? Partendo dalla sentenza del 2004 sappiamo che il Senatore aveva incontrati in più occasioni uomini poi rivelatisi legati alla mafia, in particolare al boss Totò Riina. Quest’accusa è ancora oggi l’unico appiglio al quale si legano gli anti-andreottiani. Sono tanti i processi nei quali Andreotti è stato tirato in ballo, sempre pienamente assolto.

Sarebbe lungo citare tutte le vicende nelle quali si è tentato di coinvolgere il Senatore anche perché, riprendendo una sua battuta, “guerre puniche a parte sono stato accusato di tutto”, il che rende l’idea talvolta di un eccesso nell’attribuirgli qualsiasi fatto delittuoso italiano. Il più celebre fra questi è ovviamente il rapimento e la morte di Aldo Moro, nel 1978. Su quest’ultimo, più di altri, molte volte si è dato sfogo a fantasie delegate a sostituire fatti concreti mai rilevati. Il caso Moro è un po’ la chiave di volta del percorso andreottiano. E’ come se fosse una sorta di emblema della “doppia politica” della quale Andreotti è stato sempre accusato ma, si badi bene, non quella del binomio destra-sinistra bensì del binomio bene-male laddove Andreotti sarebbe stato l’oscuro personaggio in grado di collaborare con Moro e al tempo stesso di tendergli una trappola mortale. Verità o fantasie? Contestualizziamo per comprendere il vero. Gli anni che vanno dal 1976 al 1979, esperienze passate a parte, vedono la nascita dei governi andreottiani definiti politicamente della “non-sfiducia”. Cosa significa? Significa che grazie all’astensione dei partiti di opposizione, la Dc è in grado di continuare a governare.

Politicamente si tratta di un capolavoro. Le crisi internazionali e la crescente debolezza della Dc rendono difficile la creazione di una coalizione in grado di soddisfare le necessità delle classi sociali in Italia. Si avverte così la forte esigenza di allargare a sinistra il consenso governativo per andare incontro a una stagione di riforme. In breve si tratta della necessità di dare vita al cosiddetto “compromesso storico” fra il centro (Dc) e la sinistra (Pci). Nel gennaio del 1978, dopo le partesi dei governi andreottiani della non-sfiducia, una nuova crisi ne provoca la fine. Fra gennaio e marzo 1978 il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, delega Aldo Moro alla ricerca di un accordo si sostanza con il Pci: l’obiettivo è una stabilità politica di lunga durata. Fermiamo qui lo scorrere del nastro.

Parlare di Andreotti e delle presunte colpe nel caso Moro significa commettere un errore storico oltre che giudiziario. Quale interesse avrebbe dovuto avere Andreotti nel “volere” la morte di Moro? Dai discorsi parlamentari così come dalle esperienze precedenti al rapimento Moro era evidente la ricerca di quella che può invece considerarsi la vera anima andreottiana: il tentativo di dare stabilità di governo all’Italia. Questa è la vera logica che ha portato Andreotti, nel corso della propria vita politica, a muoversi con estrema abilità fra le correnti politiche democristiane e a tentare di stringere accordi con i più differenti partiti politici italiani, da destra a sinistra, senza differenza alcuna. La stabilità di governo era ed è stato l’obiettivo dell’agire politico di Andreotti.

Non avrebbe avuto senso, quindi, volere la morte di Moro; non avrebbe avuto senso perché Moro era per Andreotti l’unica possibilità di dare vita alla predetta stabilità, già cercata da Andreotti stessi nei due governi precedenti. Altri hanno voluto la morte di Moro agendo verosimilmente all’insaputa della politica italiana, col timore che il desiderio andreottiano di stabilità potesse risultare destabilizzante per gli equilibri internazionali. Nessuno fra Usa e Urss avrebbe avuto beneficio dall’accordo fra Dc e Pci: i primi per timore che il Pci entrasse di fatto nelle decisioni legislative dalla politica italiana; i secondi perché l’accordo avrebbe alimentato i già crescenti sentimenti anti-sovietici del tempo, conquistando (il Pci) un’autonomia politica decisionale difficile da controllare, pessimo esempio per i Paesi satellite dell’Urss.
In realtà la morte di Moro diventa per Andreotti la fine del “sogno” di creare altri governi centristi con quest’ultimo a capo. Ne 1979 cade anche l’ultimo governo Andreotti degli anni ’70 e con esso la possibilità di dare all’Italia una nuova speranza riformista. Il caso Moro è l’emblema di una storia che andrebbe riscritta (meglio) e soprattutto l’emblema della necessità che prima che un’altra “ola” si alzi al cielo, in Italia si legga prima la storia e poi si dia sfogo ai sentimenti politici.

Leindagini.it

Il caso Moro e la linea della fermezza: fu una
messa in scena?

La mafia uccide e lo Stato tace

                                                                        di Pasquale Ragone
 

Esistono storie che con il passare del tempo non cancellano la propria forza ed esistono storie nelle quali la forza stessa consiste nella presenza ossessiva di dubbi e incertezze.
La morte di Aldo Moro è un evento che ha letteralmente traumatizzato la vita politica e sociale dell’Italia. Il 16 marzo 1978 nessuno credeva che alla vigilia di un nuovo governo Andreotti, uno degli uomini più in vista nel panorama politico nazionale avrebbe vissuto da lì ad altri cinquantaquattro giorni l’ultimo periodo della sua vita. Aldo Moro muore infatti il 9 maggio dello stesso anno, ritrovato a Via Caetani nel portabagagli di un’auto. Nel corso di quei cinquantacinque giorni l’intera Democrazia Cristiana decide di non cedere alle richieste delle Brigate Rosse e sceglie quindi, per preservare la “moralità” dello Stato, la cosiddetta linea della fermezza: va bene liberare Moro ma solo trovando il covo e quindi attraverso un blitz. Ma la verità che si cela dietro questa affermazione è tale da essere cruda e orrenda agli occhi di chi è chiamato a leggerla.

Uno dei giudici istruttori che all’epoca si sono occupati del caso, Ferdinando Imposimato, rivela oggi informazioni di una gravità assoluta: Moro era stato trovato dalla Polizia ma pare che su ordine del Ministero dell’Interno, di cui era responsabile Francesco Cossiga, non si era dato seguito all’attuazione del blitz per liberarlo. Si era trattata di una “disattenzione” nei confronti dell’informazione giunta dalla Polizia? Per ora non è possibile dare alcuna risposta in merito ma solo aggiungere ulteriori dettagli a una morte che inizia a svelare pian piano molti retroscena. 

Passano infatti solo tre anni dall’uccisione di Moro e l’Italia assiste ad un altro rapimento eccellente da parte delle Brigate Rosse: quello di Ciro Cirillo nel 1981, all’epoca principale referente dei fondi destinati all’Irpinia per la ricostruzione in seguito al terremoto del 1980.
La prigionia di Cirillo, democristiano così come Moro, avviene per ottantanove giorni e per liberarlo sono chiamati in causa esponenti della camorra, come Raffaele Cutolo, dei servizi segreti, come Francesco Pazienza, e i principali esponenti della Dc in Campania come Antonio Gava.

A differenza della vicenda Moro, la Dc inizia a trattare con le Br; e a differenza del rapimento di Moro non si risparmiano per Cirillo le energie, compresa l’azione di ricorrere ad esponenti della malavita organizzata. E non è da considerare di minore importanza la notizia già diffusa nel 1978 secondo la quale il Vaticano aveva intavolato delle trattative per la liberazione del leader democristiano ma che, proprio a un passo (e forse in vista) dalla possibile liberazione, quest’ultimo sarebbe stato ucciso. La domanda è d’obbligo: perché questa disparità di trattamento? Perché per Moro si scelse sia di non trattare sia di “trascurare” informazioni relative al luogo (o ai luoghi) della sua prigionia e invece per Cirillo si fece di tutto sia per trattare sia per mobilitare quante più forze disponibili sul territorio? Troppe domande che coprono troppi dubbi. La sensazione è che la linea della fermezza nel 1978 sia solo un modo per evitare un cambiamento politico. E si badi bene che potrebbe essere un errore considerare i fautori di questa “brusca frenata” alla storia coloro che ricoprono cariche di governo in quel momento. 


A distanza di tanti anni e con tante informazioni fra le mani è forse più corretto considerare Andreotti (Presidente del Consiglio), Cossiga (Ministro dell’Interno) ed altri, una sorta di attori-spettatori di una tragedia che doveva avvenire perché decisa ben oltre gli apparati governativi. La verità si trova fuori dai contesti nazionali e ha a che fare con quanto già accadeva nei primi anni della Repubblica italiana laddove “interferenze” di vario tipo accompagnavano le scelte politiche. E’ difficile quindi non concludere così come l’ex giudice Imposimato ha pensato di intitolare uno dei suoi ultimi libri riguardo il caso Moro; difficile non lasciarsi andare all’espressione forse banale ma carica di significato che più di tutte sintetizza la vicenda: Doveva morire!

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